Oggetti: una storia

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La vecchia piattaia, l’attrezzo per cardare la lana, la cassapanca della nonna, la facciata in pietra di una casa, le stecche in legno del pavimento, uno stipite in pietra…. oggetti che racchiudono dentro di sé la storia delle Valli del Natisone. Lasciamoli parlare e noi prepariamoci ad ascoltare.
The old plate rack, the tool for carding wool, the ancient box of granny, the stone façade of a house, the wooden slats of the floor, a jamb stone of a window…. objects that encase the history of Valli del Natisone. Let them tell their story and get we ready to listen.


“Clinto” e “Bacò”, i vini proibiti

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Sul finire dell’800 si diffuse Europa il gravissimo problema della filossera, afide che provocò la rovina di buona parte anche del patrimonio viticolo italiano. Vari tentativi e misure vennero adottate per salvare le viti esistenti ma tutto fu inutile. Al contrario di quelle europee, le radici delle viti che crescevano oltreoceano, soprattutto nel Nord America, erano praticamente immuni agli attacchi di questo parassita. Si trattava però di vitigni selvatici perché non appartenevano alla specie europea detta “vinifera” bensì ad altre specie (“labrusca”, “riparia”, “silvestri”, “rupestris”, “berlandieri” etc.). Producevano grappoli piccoli e per nulla adatti alla vinificazione. Da qui venne l’idea di effettuare i primi tentativi di incrocio tra le due varietà ossia quella europea e quella americana. Tra i vitigni (detti “Ibrido Produttore Diretto”) che risultarono da questa delicata operazione c’era anche il Clinto (dalla località di Clinton nell’America Settentrionale da cui furono importate le barbatelle) chiamato anche Americano, Clinton e Grintòn soprattutto in Veneto. Le viti di Clinto forti e resistenti alla fillossera e alle malattie fungine, resistenti ai parassiti senza la necessità di trattamenti anticrittogamici se non il blando solfato di rame, si diffusero rapidamente tappezzando anche le verdeggianti Valli del Natisone soprattutto nell’ultimo dopoguerra verso gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, poi la produzione andò via via diminuendo come pure quella del Bacò (altro “Ibrido Produttore Diretto”, ottenuto dall’incrocio di Vitis Vinifera con Vitis Riparia. Originario della Francia venne ottenuto probabilmente nei vigneti sperimentali dell’Università di Montpellier e il suo nome, secondo alcuni, si riferirebbe a Bacco, l’antico dio romano del vino) la cui storia è molto simile a quella del Clinto. Il cosiddetto “Americano” si caratterizza per una gradazione alcolica piuttosto bassa (6-8° in volume) che rende difficile la sua conservazione che non va oltre la primavera dell’anno successivo alla vinificazione. Ha un inconfondibile color viola, intenso al punto da lasciare tracce quasi indelebili nelle bottiglie, nei bicchieri e anche sulle labbra. A renderlo unico sono l’aroma aspro e l’intensissimo profumo fruttato, la sua qualità è però scarsa come pure quella del Bacò. Tradizionalmente il “Clinto” o “americano” come viene tuttora chiamato dalle nostre parti, era il vino che si beveva nelle case contadine in autunno e in inverno. Oltre che in tutte le tavole era presente anche in tutte le osterie. Per il suo gusto deciso, fortemente acidulo e molto aromatico, si accompagnava molto bene alla frutta secca, alle patate e alle castagne arrostite.
L’aspetto negativo di questo vino è il quantitativo di pectina che supera di gran lunga quello di altre viti europee la conseguenza è una maggior produzione di alcool metilico che può, se assunto in abbondanza, cagionare gravi danni al sistema nervoso. Certo bisognerebbe berne molto e in maniera protratta nel tempo! Anche la percentuale di tannino presente si mantiene piuttosto elevata.
Oggi la produzione e vendita del Clinto e del Bacò è vietata dalla legge. Sono i cosidetti vini “proibiti”, cioè vini dei quali è vietata la commercializzazione (Con legge 23 marzo 1931 n° 376 si è inteso porre un freno al dilagare di “ibridi produttori diretti” che avevano condotto a una sovrapproduzione di vini scadenti. Questa legge vietava “la coltivazione dei vitigni ibridi produttori diretti”, salvo che nelle province in cui gli organi ministeriali “ne riconoscevano l’utilità” e con modalità da stabilirsi attraverso decreto ministeriale).
Qualche vitigno di “Clinto” e di “Bacò” esiste ancora nelle Valli del Natisone ma la produzione ed il consumo rimangono limitati al mero ambito familiare a ricordo di un passato neanche tanto lontano ma che fa parte della nostra tradizione.
In the late ‘800 a very serious problem of phylloxera aphid spread all over Europe. It caused the destruction of a large part of Italian wine heritage too. Various attempts and measures were taken to save the existing screws but all in vain. In contrast to the European ones, the roots of the vines that grew verseas, especially in North America, were practically immune to attack by this pest . It were, however wild vines because they did not belong to the European species known as “vinifera” but to other species (“labrusca”, “riverside”, “wild”, “rupestris”, “berlandieri”) which produced small bunches not at all suitable for winemaking. From here came the idea of the first attempts to cross between the two varieties, the European and the American one. Among the vines (called “Hybrid Manufacturer Direct”) that resulted from this delicate operation was also Clinto (by the village of Clinton in North America from which the cuttings were imported also called Americano, Clinton and Grinton especially in Veneto. The screws of Clinto strong and resistant to phylloxera and fungal diseases, resistant to pests without the need for fungicide treatments if not the bland copper sulphate, began spreading rapidly through all the soil of Valli del Natisone after the Second World War till the sixties of the last century, then the production gradually decreased as well as that of Bacò (another “Hybrid Manufacturer Direct”, obtained by crossing with Vitis vinifera and Vitis Riparia. Native of France, it was probably obtained in experimental vineyards at the University of Montpellier and its name, according to some, would refer to Bacchus, the ancient Roman god of wine), whose story is very similar to that of Clinto. The so-called Americano is characterized by a rather low alcohol content (6-8° by volume) which makes difficult its conservation that doesn’t go beyond the spring of the following year to winemaking. It has a distinctive purple color, intense to the point that it leaves almost indelible traces on bottles, glasses and even on lips. To make it unique is the sour and intense fruity aroma. However its quality is poor as well as that of Bacò. Traditionally, Clinto or Americano as it is still called in Valli del Natisone, was the wine which was drank in farmhouses in autumn and winter. In addition to all the tables it was also present in all the taverns. For his taste, strongly acidic and very aromatic, it suited good with dried fruit, potatoes and roasted chestnuts.
The downside of this wine is the amount of pectin which far exceeds that of other European vines the consequence is a greater production of methyl alcohol that can cause, when taken in abundance, serious damages to the nervous system. Of course you had to drink a lot of it! The percentage of tannin remains quite high too.
Today the production and sale of Clinto and Bacò is prohibited by law. They are the so-called “forbidden” wines, that is, wines whose marketing is prohibited (Law n. 376 23 March 1931 intended to put a stop to the spread of “direct producer hybrids” that had led to an overproduction of maturing wines. This law forbade “the cultivation of vines direct producer hybrids”, except those in the provinces where the ministerial bodies recognized their usefulness and in a manner to be determined by ministerial decree).
Some variety of Clinto and Bacò still exists in Valli del Natisone but the production and consumption remains restricted to the family contest as a memory of a past not so far but that is still part of our tradition.

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La mela Seuka

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Coppia di mele seuka

La mela Seuka o Zeuka è frutto caratteristico ed originario della Slavia italiana. La sua patria è la borgata di Seuza (Grimacco). Agli inizi del secolo scorso la produzione, nel distretto di San Pietro al Natisone superava i 20.000 ql. annui. I mercati di frutta di Cividale e Udine, da novembre ad aprile venivano alimentati per 4/5 dalla mela Zeuka. Tale frutto ha qualche lieve somiglianza nella forma e nel sapore all’Annurca. È di forma sferico allungata, un pò depressa all’estremità. Presenta una buona resistenza alla ticchiolatura e ad altre malattie crittogamiche e difficilmente il verme procura danni sensibili. L’epoca di maturazione va dalla fine di ottobre ai primi di aprile. La robustezza, rusticità, fertilità, bontà del frutto della pianta ha fatto si che essa si diffondesse in tutte le vallate del Natisone con successo.” (bullettino della associazione agraria friulana, Volume XXVI anno 1909 pp. 19, 20)
A distanza di oltre cento anni dalla relazione fatta dall’associazione agraria friulana la realtà si presenta molto diversa. La mela Seuka, frutto tipico delle Valli del Natisone, è a rischio estinzione. Tuttora utilizzata nella tradizione culinaria locale, è davvero inconfondibile. Il suo profumo e l’aroma intenso la rendono unica al punto che i nostri antenati la usavano spesso per profumare la biancheria nei cassettoni. E’ croccante e gustosa oltre a conservarsi intatta nel sapore per mesi anche senza necessità di riporla in frigorifero. Il suo colore, a seconda delle zone in cui cresce, assume varie tonalità di rosso dal più acceso a un misto giallo e arancio. Ricca di vitamine veniva conservata dai contadini nel fieno o riposta in grandi buche scavate nel terreno vicino a casa e ricoperte di paglia.
La pianta della mela Seuka è piuttosto esigente. Preferisce crescere, infatti, in spazi molto più ampi rispetto alle altre varietà. Le migliori Seuke sono proprio quelle raccolte da alberi che vivono in queste condizioni ambientali.
La produzione si mantiene però piuttosto modesta, ogni melo produce non più di dieci chili di frutta rispetto alla media di 20 chili di altre qualità. La scarsa quantità di mele prodotta da ogni pianta, che non incentiva economicamente la sua coltivazione, oltre a una serie di caratteristiche proprie della stessa possono essere annoverate tra le cause del costante abbandono della coltura da parte dei produttori locali.
Uno dei problemi della mela Seuka è il picciolo che si presenta corto al punto da provocare il prematuro distacco del frutto dal ramo durante la crescita. Altro inconveniente è rappresentato dalla predisposizione della pianta agli attacchi di cocciniglia. Tentativi di incrocio al fine di renderla più resistente ai parassiti hanno condotto a una mela che se nell’aspetto appare più gradevole della Seuka (le Seuke hanno una forma irregolare con dimensioni spesso modeste) non le somiglia affatto quanto all’inconfondibile e apprezzato sapore.
Si parla molto della necessità di salvare la Seuka magari anche attraverso una tutela a livello europeo. In ogni caso meraviglioso sarebbe rivederla comparire come protagonista nelle nostre vallate.
Sueka or Zeuka is a typical apple of “Slavia Italiana”. Its country is the village of Seuza (Grimacco). At the beginning of last century the production in San Pietro al Natisone exceeded annually the 20.000 tons. Fruit markets of Cividale and Udine, from November to April were fed for 4/5 by Zeuka. This fruit has some slight resemblance in form and flavour with Annurca. It is spherical in shape, slightly depressed at the end. Has a good resistance to scab and other synusiae diseases and hardly the worm causes sensitive damages. The vesting period runs from late October to early April. The strength, hardiness, fertility, the goodness of the fruit of the plant made it spreads successfully in every country of Valli del Natisone.” (bullettino della associazione agraria friulana, Volume XXVI year 1909 pp. 19, 20).
At a distance of more than one hundred years after the report made by the agrarian association of Friuli Venezia Giulia reality is quite different. Seuka as the typical fruit of Valli del Natisone, is in danger of extinction. Still used in local cuisine, it’s truly unmistakable. Its aroma and intense perfume make it unique to the point that our ancestors used it to scent linens in drawers. It’s crispy and tasty and it’s able to preserve intact in flavor for months even without the need to store it in the refrigerator. Its color, depending on the areas where it grows, takes various shades of red to a mixture of yellow and orange. It’s rich in vitamins and peasants used to preserve it in the hay or stored it in large pits dug into the ground near the house covered with straw.
The plant of Seuka is pretty demanding. It prefers to grow in much wider spaces than other varieties. The best Seuka are those collected from trees that live in those conditions. The production is rather modest. Every tree produces no more than ten pounds of fruit compared to 20 pounds of other qualities. The scarce amount of apples produced by each plant, which deters economically its cultivation, as well as a series of other characteristics of Seuka trees can be counted among the causes of the constant reduction of the cultivation by local producers.
One of the problems of Seuka is the stalk that looks so short to cause premature detachment of the fruit from the branch during growth. Another drawback is the plant’s susceptibility to attacks of cochineal. Attempts to crossbreed in order to render it more resistant to pests led to an apple that looks nicer in appearance of Seuka (Seuka has an irregular shape with often modest size) does not resemble at all with regard to the unmistakable and appreciated flavor.
There is much talk about the need to save Seuka maybe even through european level protection. In any case, it would be wonderful to see Seuka’s trees appear again as protagonists in our valleys.

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Le krivapete

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Krivapeta al fiume

Krivapeta al fiume

Tra gli schizzi dell’artista Silvano Zompicchiatti emerge quello che ritrae una curiosa immagine femminile dai piedi ritorti. Si tratta di una figura mitologica spesso protagonista inquietante dei racconti della tradizione popolare delle Valli del Natisone. Krivapèta, così veniva chiamata. Molte sono le leggende ad essa legate che la rappresentano come una donna dall’aspetto poco gradevole e con i piedi irrimediabilmente rivolti verso l’interno. Giudicata come strega dotata di poteri malefici, veniva temuta e allontanata dalla società civile tanto da essere costretta a vivere una vita da eremita in grotte site lontano dai paesi.
Con lo sguardo concentrato sul suo disegno, Silvano Zompicchiatti si diletta a commentarlo offrendo una spiegazione frutto di ricerche e di attente letture da cui traspare una prospettiva estremamente interessante e dignitosa della Krivapèta.
L’evidente malformazione fisica che etichettava come un marchio indelebile queste sfortunate donne era molto spesso la conseguenza di danni provocati da parto podalico che costringeva la levatrice a difficili manovre per permettere al bambino di venire alla luce. Talvolta le Krivapète erano ragazze belle e ammirate dai giovani ma orgogliose al punto da rifiutarne il corteggiamento nel momento in cui la deformità veniva sottolineata anziché accettata. Preferivano così abbandonare la società civile e vivere tra i boschi. I contatti tra di loro venivano mantenuti e periodicamente si riunivano presso la fonte di Star Čedád nei pressi di San Leonardo.
Attraverso una pratica attenta e costante le Krivapète apprendevano tutti i segreti e le proprietà curative di piante, fiori e bacche. Iniziarono a trarne unguenti, medicinali e rimedi vari. Non era affatto raro che la gente dei villaggi le consultasse per risolvere malattie fisiche. Queste donne che la vita aveva duramente colpito, nella realtà riuscivano con tenacia a crearsi un’attività che consentiva loro di condurre un’esistenza anche senza una figura maschile al loro fianco. In un contesto in cui l’uomo veniva considerato l’unico in grado di garantire il sostentamento alla propria famiglia, queste figure femminili, libere e indipendenti, rappresentavano una minaccia per il potere maschile e di conseguenza per sminuirne l’immagine, iniziarono a venire denigrate come iettatrici, brutte e malefiche.
A conclusione di questa breve narrazione possiamo forse affermare che le Krivapèta rappresentarono la prima forma di femminismo nelle Valli del Natisone?
Among the sketches by the artist Silvano Zompicchiatti emerges the picture of a curious twisted feet female image. It is a mythological figure often disturbing protagonist of Tales from the folk tradition of the Valli del Natisone. Krivapèta, so it was called. There are many legends associated with it. She is represented like an unpleasant woman with her feet irremediably turned inward. Judged as a witch with evil powers, she was feared and removed by civil society to be forced to live a life as a hermit in caves away from the countries.
With his gaze focused on the drawing, Silvano Zompicchiatti delights himself with a comment which offers an explanation based on careful research and readings from which emerges an extremely attractive and dignified perspective of Krivapèta.
The obvious physical malformation that tagged as an indelible mark these unfortunate women were often the result of damage caused by breech birth which forced the midwife to difficult maneuvers to allow the child to come to light. Sometimes Krivapète were beautiful girls admired by young people but proud to refuse the courtship when the deformity was emphasized rather than accepted. So they prefer to leave the civil society and live in the Woods. Contacts among them were maintained and periodically they use to meet at the source of Star Čedád near San Leonardo.
Through a careful and constant practice Krivapète learned all the secrets and the healing properties of plants, flowers and berries. Began to make ointments, medicines and various remedies. Was not at all uncommon for people of the villages to consult them to resolve physical diseases. These women who life had badly affected in reality they tenaciously create an activity that allowed them to lead an existence without a male figure on their side. In a context where the man was considered to be the only one able to provide sustenance to his family, these female figures, free and independent, represented a threat to male power and consequently to undermine their image, they began to be denigrate as ugly and nasty witches.
At the conclusion of this brief narrative we can perhaps say that the Krivapète were the first form of feminism in the Valli del Natisone?

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